Da manager a imprenditore. Un processo di evoluzione organizzativa basato sulla padronanza personale (Pt. 1)

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Questo articolo farà parte di una collana contenente diversi articoli, e suddivisa in più puntate. Questo per agevolare la lettura, ma anche per lasciare il giusto tempo per digerire questi nuovi concetti.

Mi piace cominciare questa prima puntata parlando un po’ della mia storia come imprenditore, della mia “business soul” (per essere poetici) ma soprattutto per introdurre a questo nuovo modo di pensare l’azienda. E quindi, cominciamo..

Ho creato un’azienda, ormai più di dieci anni fa, partendo dal sottoscritto, dalla mia cultura e formazione sia in ambito chimico sia in ambito di Salute-Sicurezza e Ambiente grazie alle mie precedenti esperienze lavorative.

Ero convinto di fare il consulente – libero professionista ed invece, vuoi per alcune congiunture di mercato e vuoi per doti che persino io non pensavo di avere, mi sono ritrovato a capo di un’Azienda in continua crescita che guarda sempre più anche ai mercati internazionali.

Una crescita repentina comporta però importanti cambiamenti soprattutto in ambito organizzativo e relazionale: un capo deve infatti prendere decisioni giuste, a volte importanti, e deve sempre saper gestire bene i propri collaboratori facendoli crescere e motivare.

Questo è quello che la gente si aspetta da un capo e forse era quello che ho pensato per lungo tempo anch’io.

Peccato che, sviluppandosi sempre di più l’Azienda, iniziarono a intensificarsi ed aumentare a dismisura le relazioni ed i confronti con le persone (dipendenti, clienti, consulenti, fornitori, ecc.). Le relazioni umane, le attese e le dipendenze, i conflitti e la mancanza di autonomia sono solo alcune delle questioni che sempre di più impegnavano il mio tempo e le mie energie.

Affrontavo praticamente le cose con una leadership da “genitore affettivo”: un po’ iperprotettivo e un po’ super eroe.

Quello che stava diventando per me difficoltoso non era tanto la gestione della parte “tecnica” che mi riusciva “bene” anche grazie al mio bagaglio culturale arricchito da anni di esperienza, ma la parte relazionale e forse anche l’idea che avevo di Leader; stavo diventando io stesso il “tappo” allo sviluppo e alla crescita dell’azienda che avevo creato.

Quando mi sono reso conto di questo, quando ho preso consapevolezza di questo ecco che ho trovato una persona (Cesare Caterisano) e la sua Azienda (Loghya) che mi hanno proposto un approccio alla Leadership nuovo. Sicuramente nuovo per me e, con l’esperienza maturata in questi ultimi cinque anni, forse nuovo per moltissimi imprenditori/manager.

Solamente rimettendo in connessione i bisogni e gli scopi personali con gli obiettivi professionali e ricostruendo il “patto” relazionale tra individui e organizzazioni si può dare vita ad un Leader forte e illuminato in grado di condurre un’Azienda verso mercati sempre più complessi e internazionali.

La parola chiave è quindi l’INDIVIDUO. Rimettere l’essere umano al centro di tutto, il che significa, in un’organizzazione, dedicare tempo ed attenzione non solo all’ascolto e alla crescita dei collaboratori ma anche di noi stessi.

L’augurio che faccio ad un nuovo collaboratore all’entrata in azienda è che “… possa trovare un team e un ambiente lavorativo che gli permetta di sviluppare appieno le proprie attitudini permettendogli di sentirsi pienamente realizzato…”.

… a presto con il prossimo episodio!

3 Comments

  1. Miriam ha detto:

    Non sono da molto nel team, ma quello che posso affermare con certezza è che il tuo augurio sicuramente per quanto mi riguarda si sta concretizzando! Quindi … Avanti tutta!

  2. Daniele Lolicato ha detto:

    Caro Gianluca mi trovi non d’accordo, d’accordissimo. Spesso si rimane soli proprio per non aver compreso quanto scrivi. Dio benedica il tuo nuovo approccio e i tuoi propositi per il futuro della tua azienda. Un abbraccio Daniele Lolicato

  3. Stefano Sghedoni ha detto:

    Caro Gianluca, sono anni che lavoro come tecnico in ambiti molto differenti (privato, libero professionale, pubblico), negli ultimi anni ho aumentato le mie competenze anche con studi universitari sul management per il quale, con grande sorpresa, ho scoperto una vera affinità attitudinale, ho avuto così modo di consolidare in modo scientifico molte delle mie percezioni esperenziali sulle organizzazioni e sulle leadership.
    Ciò che tu affermi è verissimo, il management più moderno sostiene la leadership autorevole, quella che costruisce relazioni e confronti, quella che fa crescere e chiede crescita, quella che si affida alla professionalità individuale e la pretende sostenendone responsabilità e autonomie, premiando attitudini, competenze e capacità, senza creare inutili e dannose tensioni interne ma agevolando lo scambio e la collaborazione professionale, ovviamente, senza perdere il controllo dei processi che monitora con adeguati indicatori di efficienza, di efficacia, di processo e di risultato.
    È la leadership che tende alla più alta maturità, autonomia e consapevolezza aziendale, con organigrammi meno verticistici e più matriciali.
    Credo che questo sia il grosso punto debole dell’imprenditoria italiana, ci siamo sviluppati con imprese famigliari e artigianali, dove potevano funzionare leadership paternalistiche e autoritarie, aumentando la complessità e le competenze necessarie per sostenere il mercato bisogna puntare molto di più sulle capacità individuali, perché ogni persona, all’interno dell’azienda, deve riprodurre e sostenere con convinzione la mission con una funzione delega nel monitoraggio dei processi che controlla e fa funzionare, dal micro al macro.
    Sono perciò orgoglioso di vedere un collega che, oltre a una grande capacità professionale (già nota), sta mostrando una grande attitudine imprenditoriale e per questo ti faccio i miei complimenti.

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